SIlenzio e comari.
Sapevo sarebbe scesa, la temperatura intendo.
E allora stamani sono andato a rotolare un poco, perché da sessantenne con la sindrome del merlo, non puoi dire: “ vado a fà giogghìng!”, ma vai a rotolare con disinvoltura. E allora, rotolando con disinvoltura, mi sono goduto la mia città, o almeno quel che rimane di quella città.
Perché nell’ultimo periodo, quel luogo che ho bramato per 4 anni e che al ritorno mi prese a schiaffi, sembra pure peggiorato. E non per il luogo in se eh, ma per la gente che fa di tutto per rappresentare il peggio di una civiltà degradata.
Basterebbe leggere i commenti sotto cose che dorebbero suscitare empatia. Ma tant’è.
Comunque era bella stamani. Nonostante tutto, nonostante i pulmini e le jeep che raccolgono schiavi da portare nei campi, nonostante le auto in vetrina nella piazza del municipio, nonostante le scritte sui muri o la gente che con un parcheggio vuoto alle settemenounquarto pretende di entrare comunque in un bar con un carrarmato.
Era bella.
Ho visto due persone, madre e figlia, camminare come me lungo il viale alberato, nel silenzio, un paio d’auto lontane, sembravano accomunate dalla stessa gioia, raccontavano di un bouquet di fiori, di sorprese e di bambini. Sembravano normali. Sono passato intorno alle mura monumentali, qualcosa che da secoli sottolinea un’identità e che, ahimè, sono state trasformate in una unica isola di calore, perimetrale a quell’identità.
Come se dicessero: “siamo sempre state qui e come voi, siamo immutate di fronte al tempo, ai fatti. Solo che a noi è concesso, a voi no!”. Sono entrato nei vicoli della città vecchia con le auto che stonano di fronte alle pietre ma le pietre sono lì a raccontare bellezza. Come i giardini con le pergole, con l’uva che scende fra pali di legno, fra le fronde dell’alianto che invade e coi i corvi sfacciati a rubar qualsiasi cosa possa entrare nel becco.
E poi i vicoli vuoti, la vite americana arrampicata sulle mura, l’erba di un parco che resiste, il rumore delle fontane, il sole che sorge. Non c’era nessuno. Una meraviglia.
Solo silenzio.
Anche perché, questo posto qui è un luogo dove di norma, parlare significa insultare l’intelligenza. E’ un posto dove litigano per una striscia pitturata o una pista ciclabile, per lesa maestà a questo o a quel bellimbusto, per un diritto negato che nessuno ha mai sancito.
Che se fossero tutti intelligenti come dicono saremmo Vienna o Copenaghen e invece siamo la rappresentazione del Mastro don Gesualdo di provincia. I romani ci chiamano burini e i paesani ci prendono per il culo per la presunzione
.
Mia nonna, porella, diceva sempre: “Cul che non vidde mai camicia, quando la vidde gran festa je fece”. Prima alzavamo le balle di fieno e adesso, con un audi q8 ragioniamo come se le alzassimo sempre. Ma con l’audi e le hogan.
Noi siamo così cretini che tendiamo a pavoneggiarci per la nostra siderale ignoranza. Siamo così cretini da palesare st’ignoranza inconsapevole in ogni occasione e per qualsiasi argomento. Siamo quelli che in un restauro di una scuola dedicata ad un partigiano hanno voluto ripristinare la scritta “Casa del Balilla” come a dire: “regà sò cambiati i tempi. Semo tornati”.
Come quella che l’ha autorizzato che, piccata, ha detto “studiate”.
D’altronde ,qui abbiamo la circonvallazione Almirante e ne andiamo fieri, qui gridano alla remigrazione con mezza provincia che campa di latifondo sugli schiavi. Noi siamo quelli che non ci è bastato uno che cercava i pokemon, lo rivogliamo. Siamo quelli che adorano una santa che non lo è, che fanno i devoti un giorno e poi se ne fottono un anno. Siamo gli unici che hanno cacciato “stupor mundi”.
A noi la bellezza non ci serve.
Ci servono le comari.
E per comprendere chi siamo basterebbe leggere i commenti sotto le notizie. Eh si. Barbarie normalizzata.
Questo è un luogo che va visto senza gente.
Perché questa gente vuole tutto e non vuol dare nulla, vuole diritti e nessun dovere, vuole deroghe per se e leggi per gli altri. Questa è gente che vuole la dignità e poi si rifiuta di dare l’acqua a due piante nel giardino del condominio. Un posto dove ti mandano una lettera per chiudere un portone interno perché “nonsiamai” entrano gli animali e poi ti tocca fare la saponata sul cancello perché gli animali li fanno pisciare sull’ingresso di casa. Un posto dove vai a braccetto con uno che aveva detto che ti avevano arrestato.
Patrioti,noi.
Quelli siamo.
Che poi li vorrei vedere quanti di questi si immolerebbero per la patria.
E così, con questi pensieri, tornando sono passato dal mio posto del silenzio, il mio telefono del vento, una cosa che scrissi tempo fa che fanno in Giappone e che faccio spesso senza volerlo.
Mi son fermato a far due chiacchiere con mio padre o almeno nel posto dove l’ho visto l’ultima volta. Mi son fermato lì, sotto quell’albero, con i segni di quell’ultima frenata ormai invisibili.
E provando a riprender fiato dopo aver rotolato con baldanza, gli ho chiesto scusa ancora una volta.
Per me, per gli altri.
Perché tutto quello che m’ha insegnato, nonostante i suoi e i miei sforzi, nonostante provi in tutti i modi a ragionare, ad esser giusto, a giustificare, a usare empatia, tutto mi scivola, mi scappa, mi fugge. Mi ritrovo a guardare e a voltarmi, leggo e provo nausea, vedo e mi disgusto. E in un mondo di sciacalli, dove ogni frase genera dietrologia, indignazione, rabbia, ho pensato che è meglio trovare cose inanimate per interagire.
O gli animali.
Perché per trovare umanità ormai, bisogna cercarla nelle bestie.







Come non abbracciarti, dopo questo post? E, più in generale, quando ti leggo prendo in prestito le parole di Sepúlveda e te le dedico: “ammiro chi resiste, chi ha fatto del verbo resistere carne, sudore, sangue, e ha dimostrato senza grandi gesti che è possibile vivere, e vivere in piedi anche nei momenti peggiori.”